Milena Canonero, definita dalla critica come La Signora dei Costumi Italiani è una tra le più famose costumiste del panorama cinematografico odierno. Nove nomination all’Oscar, 4 statuette vinte. Legata a nomi di geniali registi di fama mondiale, come Stanley Kubrick, Sofia Coppola e Wes Anderson. Nasce a Torino, il 1° Gennaio del 1946 e si trasferisce a Genova dove studia Arte e storia del costume. Va a vivere a Londra appena ventenne, e si ritrova profondamente immersa nella swinging London negli anni ’60. Un clima di profonde trasformazioni e novità, nel quale Milena si ritrova ad incontrare l’uomo che le cambierà per sempre la carriera: Stanley Kubrick.

Kubrik coglie fin da subito il grande potenziale artistico della donna e la sceglie come costumista per Arancia Meccanica e Barry Lindon, film grazie al quale Milena vince il suo primo Premio Oscar. Correva il 1976. Barry Lyndon viene ricordato ancora oggi come una delle più grandi opere cinematografiche di sempre, e non solo per il contenuto del film, ma anche per la grandissima cura riposta nell’estetica. Il film è ambientato nel XVIII secolo e tutto, dai paesaggi agli abiti contribuisce a rendere realistico l’effetto finale. 

Per gli abiti di scena la Canonero prende ispirazione da quadri e opere del ‘700, compiendo un grande lavoro di ricerca. Nulla viene lasciato al caso: biancheria e corsetti sono riprodotti fedelmente e ogni capo è tagliato seguendo la modellistica dell’epoca. Calzature e acconciature completano tutti i look in maniera impeccabile. Il risultato è stupefacente!

Da quel momento in poi la sua carriera è costellata da un successo dopo l’altro. Nel 1982 vince il secondo premio Oscar per il film “Momenti di Gloria” di Hugh Hudson, e nel 2007 la vediamo trionfare nuovamente per il film “Marie Antoniette” di Sofia Coppola. Capricciosa, insolente, quasi irritante, ma anche affascinante e ipnotica: la pellicola tratta, come si può facilmente dedurre, della storia di Maria Antonietta di Francia e dell’influenza che ha avuto sulla società e sulla moda del XVIII secolo. La bravura della Canonero, in questo caso, sta nel riuscire a trasmettere proprio questo aspetto di lei. Pizzi, merletti, tessuti preziosi e ancora gioielli, acconciature incredibili e abiti dalle tinte pastello si impongono attraverso lo schermo e catturano l’attenzione più della storia stessa. 

La regina diventa agli occhi degli spettatori una sorta di “It-Girl” di altri tempi, colei che non solo detta le mode, ma può cambiarle e disfarle a proprio piacimento. Altro aspetto, degno di nota, è l’introduzione di elementi moderni, soprattutto nelle calzature. Compaiono infatti, tra un corsetto e una sottogonna, un paio di Manolo Blahnik e un paio di Converse All Star, e sembrano star lì appositamente per sottolineare l’aspetto glamour del film.

Ultimo (per adesso!), l’Oscar del 2015, vinto grazie al lavoro svolto per Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Cambiamo regista e cambiamo anche “mondo”. La Canonero racconta di come, a differenza del modus operandi di Kubrick, Anderson voglia sempre avere il controllo su tutto ciò che riguarda il suo film, costumi compresi. In questa pellicola, come in quasi tutte quelle di Wes Anderson, il colore usato in maniera spesso simbolica e artistica è l’elemento che fa da padrone a livello di immagine. Il colore rappresenta e definisce il carattere del personaggio che lo indossa. 

Madame D., una donna molto ricca, collezionista di arte, è spesso vestita con lussuosi abiti rossi o gialli (la maggior parte di Fendi), ispirati liberamente all’arte di Klimt, quasi a voler sottolineare la sua passione. Agatha, la dolce ragazza della pasticceria Mendi’s, indossa un abito semplice a maniche corte sovrapposto ad un maglione, entrambi perfettamente abbinati al colore dei dolci che sforna.